In Italia, migliaia le bombe inesplose della Seconda guerra mondiale

Sono oltre 250 mila gli ordigni bellici inesplosi risalenti alla Seconda guerra mondiale che contaminano il suolo italiano. Solo le bombe d'aereo inesplose e risalenti al periodo tra il 1940 e il 1945, sono 25.000 e si trovano a qualche metro (tra i cinque e gli otto) di profondità. Sono ciò che resta del milione di ordigni che le forze alleate sganciarono sul paese durante il secondo conflitto mondiale. 

Questi ordigni sono tuttora pericoloso finchè restano dove sono: "Ogni anno vengono rivenuti circa 60.000 ordigni bellici di diverso tipo, dal proiettile d'artiglieria alla bomba d'aereo. Sono ordigni tuttora pericoloso, anzi sempre più pericolosi" dice Roberto Serio, Segretario Generale dell'Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra, che prosegue "c'è una sola cosa infatti che viene deteriorata dal tempo ed è la spoletta: questo rende l'ordigno più instabile". Addirittura, nelle zone alpine si trovano ancora le bombe chimiche caricate con gas asfissianti della Prima guerra mondiale e a questi ordigni si aggiungono mine, granate, bombe a mano inesplose e altre munizioni di armi pesanti sepolte dalle truppe nazione in ritirata.

"Per capire quanto sia ancora pericolosa la situazione, basta guardare la storia di alcuni nostri iscritti. Il più giovane, che ha 22 anni, ha perso la vista e una man a causa di una bomba a mano dell'Esercito italiano risalente alla Seconda guerra mondiale. Certo, le cose sono migliorate rispetto agli anni Settanta e Ottanta ma ripeto, ci sono ancora molti pericoli" continua il Segretario Generale dell'ANVCG Roberto Serio.

A distanza di oltre 75 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale l'Italia fa ancora i conti con questi pericolosi residuati e le cronache ne sono una testimonianza: il 17 ottobre è stata disinnescata una bomba d'aereo di 220 chili, trovata in un campo di Granarolo Faentino, in provincia di Ravenna, mentre il 18 ottobre è stato fatto brillare dagli artificieri del genio guastatori di Palermo un proiettile perforante d'artiglieria di grandi dimensioni ritrovato in un campo tra i comuni di Comiso, Gulfi e Chiaramonte, in Sicilia. Quando però i ritrovamenti avvengono nelle città, le cose si complicano: a Brindisi, nel dicembre 2019, vennero evacuate oltre 50.000 persone per disinnescare una bomba d'aereo trovata nei pressi di un cinema. Nello stesso mese a Torino, fu resa inoffensiva una bomba rivenuta durante degli scavi e la zona era stata divisa in zona rossa, con evacuazione obbligatoria, e zona gialla. Queste operazioni di evacuazione sono molto costose, arrivando a qualche decina di migliaia di euro. Ovviamente, in base al contesto del ritrovamento, si decide se distruggere sul luogo la bomba o trasportarla altrove; generalmente però viene fatta esplodere all'interno di una buca oppure vengono realizzate strutture che svolgono la stessa funzione, con l'obiettivo di contenere gli effetti dell'esplosione. 

"Esistono due tipi di bonifica", dice ancora il Segretario Generale dell'ANVCG, Roberto Serio, "quella occasionale, e cioè quella che avviene quando un cittadino si imbatte in un ordigno, e la bonifica sistematiche cioè quando, dopo studi di una determinata aerea interessata da lavori pubblici o privati, si pensa che lì si trovino uno o più ordigni. Il problema è che la bonifica bellica non viene considerata onere per la sicurezza e quindi si possono effettuare appalti al ribasso. Crediamo che debba esserci un intervento a livello legislativo, non può esserci il ribasso quando si parla di sicurezza".

Matteo Bassi, riconosciuto da Ministero della Difesa come tecnica Bonifica Campi Minati (BCM) spiega: "vengo chiamato da aziende, amministratori, enti pubblici per fare valutazioni preventive di un determinato luogo. Significa che effettuo indagini storiche sui fatti bellici, valuto la vicinanza a quelli che durante la guerra erano obiettivi sensibili, analizzo il terreno e opero con un metal detector. Quindi fornisco a chi mi ha commissionato l lavoro una valutazione del rischio. In base alle risultanze verrà richiesta o meno una bonifica sistematica che verrà fatta poi dall'Esercito".

Il primo bombardamento in Italia fu condotto su Genova da parte delle RAF nella notte tra l'11 e il 12 giugno 1940 il giorno dopo la dichiarazione di guerra da parte dell'Italia alla Francia e all'Inghilterra. L'ultimo invece avvenne il 4 maggio 1945 sulle colonne tedesche in fuga. In totale, secondo i dati ufficiali delle forze alleati, in Italia vennero sganciate 378.891 tonnellate di ordigni, parte al 13,7% del totale sganciato in Europa - e corrispondenti all'incirca a un milione di bombe. 

Non sono però solo le bombe d'aereo a essere sepolte nel sottosuolo italiano: ci sono anche granate, esplosivi, colpi d'artiglieria inesplosi, grandi quantitativi di munizioni abbandonati sul fondo di fiumi e mine. Quest'ultime furono disseminate in grande quantità: immediatamente dopo la guerra ne furono trovate e disinnescate due milioni, con un'opera di bonifica imponente. Vennero classificati 60 tipi d mine diverse, tra cui le "mine saltellanti", quelle "a farfalla" lanciate dagli americani soprattutto in Sicilia e in Venero, le "fortezze volanti". Le zone a più alta concentrazione di mine erano quelle lungo la linea Gustav, la zona interno a Cassino e quella di Anzio. Lungo la linea Gotica ne furono posate almeno 100.000, mentre intorno ad Anzi, dove avvenne lo sbarco delle truppe alleate, furono poste 200.000 mine antiuomo e anticarro. "La bonifica avvenne subito dopo la guerra con i mezzi che si aveva a disposizione, spesso le cose vennero fatte con faciloneria" dice il Segretario Generale dell'ANVCG Roberto Serio, "per esempio le bombe trovate in prossimità delle zone portuali vennero semplicemente gettate in mare. A volte i pescatori venivano pagati per portare gli ordigni al largo e buttarli in acqua". Infatti, anche l fondo del mare è pieno di ordigni risalenti alla Seconda guerra mondiale: secondo una relazione del 1999 dell'Istituto Centrale per la Ricerca Scientifica e Tecnologica applicata al mare affermava che nel basso Adriatico erano presenti circa 20.000 residuati bellici a carica chimica. Inoltre, alla fine della guerra, l'esercito americano abbandonò nei mari italiani quantità mai specificate di armamenti tra cui ordigni contenenti fosgene, cloruro di cianuro e cianuro idrato. Bombe che ogni tanto tornano a gallo, come accaduto a luglio a Comacchio, quando un ordigno americano al fosforo è rimasto impigliato nella rete di un pescatore. 


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Ultima modifica il Mercoledì, 20 Ottobre 2021 11:17

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