Rapporto sullo stato dell'azione umanitaria contro le mine nel 2019

Il 4 aprile si celebra la Giornata internazionale della Mine Action, fortemente voluta dalle Nazioni Unite per promuovere misure di protezione dei civili dalle mine e dagli ordigni bellici inesplosi.

Le mine e gli ordigni bellici inesplosi hanno continuato ad uccidere, ferire e mutilare anche nel 2018: è questo il quadro che emerge dall’ultimo rapporto annuale sulle mine e sull’azione umanitaria contro le mine pubblicato dal Landmine Monitor Report, presentato novembre 2019.

In totale, dal 1999 al 2018, le vittime delle mine e degli ordigni bellici inesplosi nel mondo sono circa 130.000. Di queste, 90.000 sono sopravvissuti agli incidenti causati dall’esplosione di questi ordigni, riportando però ferite gravi e mutilazioni di vario genere.

Nel 2018 le vittime di mine o residuati bellici sono state oltre 6.897, quasi una ogni ora. Di queste, quasi la metà, 3.059, sono morte. La stragrande maggioranza delle vittime (71%) sono civili, una tendenza che purtroppo si è confermata nel corso degli ultimi anni. I bambini sono i più colpiti: il 54% delle vittime sono minori e anche questo è un trend che cresce pericolosamente di anno in anno: le percentuali del 2018 sono 12 punti maggiori di quelle del 2016.

Le vittime identificate provengono da 50 paesi, su un totale di 60 che, alla fine del 2018 risultavano essere ancora contaminati da mine e residuati bellici. I paesi che hanno registrato più vittime sono quelli coinvolti in guerre o in conflitto di qualche tipo: Afghanistan, Mali, Myanmar, Nigeria, Siria e Ucraina.

Sul fronte dell’impiego delle mine, la situazione non è rosea. Ad esempio, il rapporto denuncia l’uso persistente delle mine da parte dell’esercito governativo del Myanmar, che non ha mai firmato il trattato. Oltre il Myanmar, i paesi che nel periodo di riferimento hanno usato le mine sono Afghanistan, India, Nigeria, Pakistan e Yemen. Sono in fase di verifica le accuse secondo cui avrebbero fatto uso di mine antiuomo Colombia, Mali, Somali, Tunisia, Camerun e Libia.

Il sostegno economico ai programmi di Mine Action da parte degli stati e delle agenzie internazionali complessivamente è diminuito del 12% rispetto all’anno precedente, ma è cresciuto in proporzione quello relativo ai programmi di assistenza alle vittime. I maggiori beneficiari di questi interventi sono stati Iraq, Afghanistan, Yemen e Siria.

In generale si può dire che nel biennio 2018-2019 gli Stati che hanno al loro interno civili vittime di mine e di ordigni bellici inesplosi hanno lottano con la scarsità di risorse per attuare strategie inclusive e di assistenza. Nonostante ciò, si sono registrati gli sforzi intrapresi dai governi locali per migliorare l’assistenza sanitaria alle vittime dal punto di vista qualitativo e quantitativo.

Nel complesso, tuttavia, questi sforzi non stati sufficienti per rispondere alla così alta domanda di servizi dedicati. A farne le spese sono state principalmente le vittime residenti nelle zone rurale e le associazioni di vittime locali, che hanno lamentato la penuria di fondi per le loro attività.

La scarsezza di risorse si è riflettuta anche nella diffusa assenza del coinvolgimento delle vittime nei tavoli nazionali sui programmi di inclusione nel tessuto economico e sociale. Ancora oggi le vittime devono affrontare significative difficoltà nell’accesso all’impiego, alla formazione e al microcredito per avviare piccole attività di sostentamento.

Infine, nel 2018, sono stati distrutte complessivamente 55 milioni di mine antiuomo e bonificati 140 chilometri quadrati di terreno.

Per leggere il rapporto in versione integrale in lingua inglese cliccare qui.

Ultima modifica il Venerdì, 03 Aprile 2020 11:05

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