Rapporto sullo stato dell'azione umanitaria contro le mine nel 2020

Il 4 aprile di ogni anno, si celebra l'International Day for Mine Awareness and Assistance in Mine Action, indetta dalle Nazioni Unite per promuovere misure di protezione dei civili dalle mine e dagli ordigni bellici inesplosi e richiamare l’attenzione sulla realtà che questo fenomeno rappresenta in numero paesi, anche a distanza di tanti anni dalla fine dei conflitti.

Le mine e gli ordigni bellici inesplosi hanno continuato a ferire, mutilare ed uccidere nel 2019 e nel 2020, come emerge dall’ultimo rapporto annuale sulle mine e sull’azione umanitaria contro le mine pubblicato dal Landmine and Cluster Munition Monitor.

Il 2019 è stato il quinto anno consecutivo con un elevato numero di vittime registrate a causa dell'uso indiscriminato di mine antipersona e anticarro, anche improvvisate, nonché di bombe a grappolo e altri residuati bellici esplosivi. La situazione è stata aggravata dal diffondersi della pandemia, che ha complicato la situazione rallentando l’azione umanitaria per porre fine alle sofferenze causate dalle mine.  Nel 2019 si sono registrate oltre 5,550 vittime civili (morti e feriti) a causa delle mine e degli ordigni bellici in tutto il mondo. I bambini rappresentano, purtroppo, il 43% delle vittime degli incidenti.

Secondo i dati raccolti, attualmente ci sono 60 Stati contaminati da mine antipersona, inclusi 33 Stati Parte del Trattato per la messa a bando delle mine, 22 Stati non firmatari e cinque altre aree. La Mauritania, che si era dichiarata “mine-free zone” nel 2018, ha purtroppo confermato la presenza di altri ordigni risalenti al conflitto degli anni Settanta del Western Sahara. La situazione più preoccupante si registra però nei seguenti Stati con circa 100km² contaminati: Afghanistan, Bosnia-Erzegovina, Cambogia, Croazia, Etiopia, Iraq, Tailandia, Turchia, Ucraina e Yemen.

Nel 2019 almeno 156 km² di terreno sono stati dichiarati liberi da mine e più di 123.000 mine antipersona sono state distrutte, ma purtroppo la pandemia ha imposto forti rallentamenti alle opere di sminamento e bonifica di territori in molti Paesi (Armenia, Ciad, Colombia, Libano, Perù, Senegal, Vietnam, e in alcune aree del Kosovo e del Sahara Occidentale). 

Tra la metà del 2019 e metà ottobre 2020, è stato documentato l’utilizzo di mine da parte delle forze armate statali in Myanmar (non parte del Trattato di Ottawa), mentre i gruppi armati non statali hanno disseminato mine in almeno sei Paesi (Afghanistan, Colombia, India, Libia, Myanmar, Pakistan).
Nonostante molti Paesi continuino ad impegnarsi con lavori di bonifica, de-contaminazione e di prevenzione al rischio, il rapporto afferma che molto rimane da fare, considerando che i fondi dei donatori sono in calo per il secondo anno consecutivo (-48.8 milioni di dollari rispetto al 2018) e che il supporto internazionale è sceso sotto i 600 milioni di dollari per la prima volta dal 2016.

Nel 2019-2020, in 34 Paesi si sono registrate significative perdite a causa delle mine, ma purtroppo soltanto 14 di questi hanno dei piani e strategia nazionali di Assistenza alle Vittime (AV). Come si mette in evidenza nel rapporto, uno dei problemi principali è il reinserimento nel tessuto socioeconomico, e la pandemia ha aggravato il problema dell’accesso ai servizi di assistenza per le vittime. Nonostante diversi Stati abbiamo riportato dei generali miglioramenti nell’accessibilità, qualità e quantità di servizi per le vittime, la pandemia ha avuto un impatto fortemente negativo su diverse attività, soprattutto nelle aree più remote, dove già prima le vittime non avevano un adeguato accesso ai servizi. L’impatto della pandemia ha rivelato quindi la necessità di affrontare urgentemente i bisogni dei sopravvissuti e i gap nell’Assistenza alle Vittime non colmati fino ad ora.

L’educazione al rischio è una componente essenziale per la protezione delle persone. Nonostante la sua importanza, nell'ultimo decennio ha ricevuto spesso scarsi riconoscimenti dalla comunità internazionale e, di conseguenza, è stata spesso sotto finanziata. Anche questa attività durante la pandemia è stata gravemente svantaggiata perché le sessioni di presenza -che sono il modo più appropriato per raggiungere le comunità colpite e per promuovere un cambiamento comportamentale- sono state sospese. Ciononostante, gli operatori hanno cercato modi innovativi utilizzando metodi digitali e combinando l'educazione al rischio e la messaggistica relativa alla prevenzione del Covid-19.

A differenza di altre armi da guerra, le mine terrestri colpiscono in modo indiscriminato e la loro minaccia dura a lungo dopo i conflitti per i quali sono state create. Per evitare che altri civili siano colpiti da queste armi, è necessario eliminare completamente le mine rimanenti.

Ultima modifica il Venerdì, 02 Aprile 2021 11:13

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