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Giornata mondiale del Rifugiato: sono oltre 68 milioni le persone in fuga

Il 20 giugno si celebra ogni anno la “Giornata mondiale del rifugiato” e anche quest’anno sono state tante le iniziative organizzate per celebrare questa ricorrenza e sensibilizzare l'opinione pubblica.

E’ stata questa l’occasione anche per la presentazione del report annuale "Global trends" dell’UNHCR (Agenzia Onu per i rifugiati), che costituisce la fonte ufficiale e più autorevole per avere le statistiche e un quadro complessivo di questo drammatico fenomeno della nostra epoca (per il testo integrale cliccare qui).

Secondo quanto riportato nel report, nel 2017 il numero dei rifugiati nel mondo a causa di persecuzioni, conflitti o violenza generalizzata ha raggiunto la cifra di 68,5 milioni, con un incremento di quasi 3 milioni rispetto l’anno precedente. Questi dati si riferiscono a tutti coloro che hanno lasciato il proprio paese, ricomprendendo gli sfollati interni (40 milioni di persone), i rifugiati propriamente detti (25,4 milioni di persone) e i richiedenti asilo (3,1 milioni).

Riguardo la composizione anagrafica, lo studio documenta che nella metà dei casi, il 52%, si tratta di bambini e ragazzi al di sotto dei 18 anni e che in media il numero delle donne e degli uomini è equivalente.

Per quanto riguarda la terra di provenienza, questi sono i dati relativi ai paesi più rappresentati:

a) rifugiati

-    Siria (6,3 milioni)
-    Afghanistan (2,5 milioni)
-    Sud Sudan (2,3 milioni)
-    Myanmar (1,2 milioni)
-    Somalia (1 milione)
-    Sudan (0,7 milioni)

b) sfollati interni

-    Colombia (8 milioni)
-    Siria (6,2 milioni)
-    Repubblica Democratica del Congo (4,2 milioni)
-    Iraq (2,6 milioni)
-    Somalia (2,1 milioni)
-    Yemen (2 milioni)

A questi dati va aggiunto il numero relativo ai rifugiati Palestinesi che sono in totale 5,4, sotto l’egida dell’UNRWA (Agenzia dell’ONU per i rifugiati palestinesi).

Come si può vedere da questo elenco, si tratta di Stati coinvolti negli ultimi anni in conflitti sanguinosi, in alcuni casi ancora in atto. Questo rende assai complesso anche il ritorno dei rifugiati nelle terre di origine, fenomeno che nel 2017 ha riguardato solo il 3% del numero complessivo; ciò non deve stupire, considerando che quasi tutte le nazioni di provenienza sono tuttora estremamente insicure. La estrema lunghezza nel tempo di alcune situazioni di conflitto, come ad esempio in Afghanistan, fa sì che oltre 13 milioni di rifugiati si trovano in questa condizione da oltre cinque anni.

Molto interessanti e significativi sono i dati sulle destinazioni di coloro che fuggono dalla propria nazione per cercare rifugio all’estero: infatti la gran parte – oltre l’80%  – tende a rifugiarsi nei paesi direttamente confinanti, con solo una piccola minoranza che si dirige verso destinazioni più lontane.

Considerando questa tendenza e la localizzazione dei conflitti nel mondo, ne risulta che la grande maggioranza dei rifugiati, addirittura l’85%, è ospitata in paesi classificati dall’ONU
in via di sviluppo. Le nazioni che hanno dato ospitalità a un maggior numero di rifugiati sono le seguenti:

-    Turchia (3,5 milioni)
-    Pakistan  (1,4 milioni)
-    Uganda  (1,4 milioni)
-    Libano (1 milione)
-    Iran  (0,9 milioni)
-    Germania (0,9 milioni)

Il Libano e la Giordania sono i paesi che hanno ospitato il maggior numero di rifugiati in rapporto alla loro popolazione.

E’ da notare che, rispetto al livello di reddito, tra i dieci paesi che ospitano più rifugiati vi sia la sola Germania appartenente a quelle che sono considerate nazioni “ricche”. In Italia in particolare vi sono 167.000 rifugiati, cui vanno aggiunti 186.000 persone richiedenti asilo che sono in attesa di una decisione.

Il quadro che emerge da questi numeri indica chiaramente che il dramma e la misura del fenomeno della migrazione è strettamente dipendente dalle guerre e dai conflitti, che concentrandosi sempre più sulla popolazione civile, costringono le persone a cercare la salvezza nella fuga. Per questo motivo è illusorio pensare di gestire il fenomeno migratorio senza una forte e incisiva azione per la pace, attraverso strumenti efficaci che siano in grado di mettere un freno alla violenza, senza introdurre nuovi motivi di attrito.

E’ questo un compito difficile e possibile solo se la comunità internazionale deciderà finalmente di impegnarsi in questo senso con convinzione e concordia. Nel frattempo non va dimenticato che dietro le aride statistiche vi sono tante storie di uomini, donne e bambini che fuggono dalle bombe e che l’accoglienza di queste persone è un diritto inviolabile, il cui rispetto deve essere una priorità per ogni nazione che voglia definirsi civile.

Ultima modifica il Giovedì, 21 Giugno 2018 12:32

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