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L'ambasciata britannica: “Basta con le violenze sessuali come arma di guerra”

Il tema entra nell’agenda del G8 per il periodo di presidenza del Regno Unito. Per promuovere la consapevolezza costituito un Gruppo di lavoro in Italia. "Dalla Bosnia alla Somalia, come in Ruanda e Libia stupri usati per distruggere intere comunità"

ROMA - In Bosnia-Herzegovina tra il 1992 e il 1995 furono stuprate dalle 20 mila alle 50 mila donne. In Sierra Leone, la cifra oscilla tra 50 mila e 64 mila. Durante il genocidio in Ruanda, secondo le stime delle Nazioni Unite furono violentate almeno 250 mila donne. In Liberia, il 49 per cento delle donne tra i 15 e i 70 anni, ha denunciato di aver subito almeno una volta una violenza fisica o sessuale da un soldato o combattente. E stanno iniziando a emergere terribili denunce su quanto sta avvenendo in Siria, in termini di stupri durante il conflitto. A ricordare i dati di questa terribile pratica, diventato ormai un’arma di guerra contro la popolazione civile, è stato William Hague, ministro degli Esteri britannico, che ha inserito il tema nell’agenda del G8 per il periodo di presidenza del Regno Unito. Per promuovere anche nel nostro paese una maggiore consapevolezza rispetto al fenomeno, l’ambasciata britannica ha costituito un Gruppo di lavoro in Italia, con il coinvolgimento dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), di Roma Capitale (Dipartimento Pari Opportunità), le associazione Se Non Ora Quando e Avvocati Senza Frontiere. E ha organizzato oggi a Roma un convegno-dibattito dal titolo “Fermiamo la violenza sessuale come arma di guerra”.
 
“Dalla Bosnia alla Somalia, dalla Sierra Leone al Congo, come in Ruanda e in Libia la violenza sessuale è stata utilizzata per atterrire e distruggere intere comunità – sottolinea l’ambasciatore britannico in Italia Christopher Prentice - . Purtroppo ciò avviene tragicamente anche oggi in Siria, mentre le organizzazioni internazionali indicano la violenza sessuale come una delle principali ragioni di fuga dei rifugiati. Sia l’Italia che il Regno Unito – aggiunge- in qualità di paesi membri del G8 hanno la responsabilità di agire con l’obiettivo di consegnare alla giustizia chi commette queste atrocità”. Francesca Paltenghi dell’Unhcr ha ricordato che questo tipo di violenze oggi riguardano anche le persone che scappano dai conflitti, in particolare rifugiati e richiedenti asilo, di cui un terzo sono donne. “È necessario e urgente – afferma – valutare la questione di genere nelle procedure del riconoscimento della protezione internazionale ma anche nel processo di tutela e accoglienza”. Secondo Paltenghi, inoltre, bisogna intensificare la presenza delle donne nei processi di pacificazione dei conflitti. “Le conseguenze di uno stupro sono fortissime per la vittima e la società, e in termini di stigma, proseguono anche una volta terminato il periodo bellico”.
 
Anche il presidente di Avvocati senza frontiere, Antonio Manca Graziadei, ha sottolineato come durante i conflitti le donne siano considerate “un’arma di guerra”: “in questi casi si stupra una donna per stuprare un’intera comunità, per questo molte volte questi crimini vengono commessi in pubblico”. Mentre per  Nicoletta Dentico di “Se non ora quando” “è importante che il governo britannico abbia deciso di portare all’attenzione questo tema in un paese come il nostro dove è in atto una vera e propria guerra contro le donne, basta vedere i dati allarmanti del femminicidio nel nostro paese”.
 
Jackie Upton del ministero degli Esteri britannico ha spiegato la strategia che l’Inghilterra intende adottare per contrastare la violenza nelle zone di guerra, e che si basa su un doppio binario. Per quanto riguarda la parte pratica ci sarà un maggiore sostegno da parte del Regno Unito ai paesi colpiti attraverso un team di esperti composto da dottori, psicologi, avvocati, che andrà a potenziare le risorse già disponibili. Dall’altra parte, nel periodo di presidenza del G8, il governo britannico si impegnerà a lavorare sui diritti delle donne, anche attraverso un protocollo internazionale che aumenterà la portata delle pene per chi commette questi reati e il sostegno psicologico e sociale per le vittime. “È necessaria un maggiore consapevolezza su questo tema – le fa eco la collega Ann Hanna – È di sicuro importare il lavoro che stanno portando avanti le Ong, ma bisogna che si mobiliti anche l’opinione pubblica. Dobbiamo rompere il muro del silenzio e far in modo che gli interventi siano efficaci”. (ec)

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Ultima modifica il Venerdì, 01 Marzo 2013 10:05

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